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Epatite C, prezzo delle cure dimezzato l’efficacia è vicina al 100%

Pubblicato in News il 10-12-2016

Epatite C, prezzo delle cure dimezzato l’efficacia è vicina al 100%

 

Non si sono ridotti solo i costi, ma anche i tempi dei trattamenti. Grazie a nuove associazioni di molecole, forme che finora sfuggivano all’azione di ogni farmaco
sono «aggredibili». Si fa più concreta la speranza di eliminare l’infezione

 

Siamo oltre quota 62mila e 300, paziente più, paziente meno. Tanti sono i malati di epatite cronica da virus C curati in Italia (e, nella stragrande maggioranza dei casi, guariti) grazie ai nuovi, rivoluzionari farmaci antivirali considerati di fatto risolutivi. Ma quanti ne mancano all’appello? La lunga marcia delle terapie anti-virus C in Italia è cominciata nel 2015, quando l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha autorizzato il primo farmaco, il sofosbuvir (il medicinale dello scandalo: appena introdotto, unico nel suo genere, costava fra gli 80 e i 100mila euro, soprattutto sul mercato americano), ne ha contrattato con l’azienda produttrice il prezzo (fra i più bassi d’Europa) e ha deciso di metterlo a disposizione, gratuitamente, a una prima tranche di 50mila pazienti, quelli più gravi, grazie a un fondo iniziale di 500 milioni di euro stanziato dal Governo italiano.

 

GUARDA IL GRAFICO

LE NUOVE CURE CONTRO L’EPATITE C

Progressiva riduzione dei prezzi

Poi l’Aifa ha autorizzato un’altra combinazione di molecole, la cosiddetta terapia 3D, con tre nuovi medicinali più efficaci (ombitasvir, paritaprevir , dasabuvir più un vecchio composto, il ritonavir) aumentando così l’accesso ai trattamenti per i pazienti, sempre quelli più gravi. E fra poco entrerà in gioco una nuova associazione di molecole (elbasvir e grazoprevir) anch’essa efficace soprattutto per certe categorie di pazienti, come chi soffre di insufficienza renale. Nel frattempo, con l’ultima Legge di Stabilità, il Governo ha stanziato un secondo fondo, sempre di 500 milioni di euro. La competizione fra aziende favorirà una progressiva riduzione dei prezzi e garantirà maggiori opzioni terapeutiche per i pazienti. Ma, nel dettaglio, non è dato sapere quello che l’Aifa contratta con le singole industrie (succede anche in altri Paesi europei). I dati che trapelano circa i prezzi (adesso si parla di meno di 15mila euro per trattamento) e il numero di pazienti candidati al trattamento sono solo estrapolazioni.

Tutti i pazienti andranno curati

L’unico dato certo è quello dei pazienti trattati perché sono inseriti in un Registro. Al momento l’impressione degli esperti italiani, presenti a Boston in occasione dell’Aasld (American Association for the Study of Liver Diseases), è che il «serbatoio» dei malati più gravi si stia esaurendo. Rimangono tutti gli altri: coloro che presentano una malattia meno grave e sono già noti al Sistema sanitario e coloro che sono infetti dal virus C, ma non sanno di esserlo (il cosiddetto «sommerso»). Tutti andranno curati, ma di che numeri parliamo? Domanda fondamentale perché, per programmare i prossimi interventi, e i tempi di esecuzione, occorre averli ben presenti. Partiamo dai pazienti già noti al Sistema sanitario nazionale: secondo uno studio, condotto qualche tempo fa da EpaC, un’associazione di pazienti, sarebbero 300-350mila. Saranno questi circa 300mila, meno quelli già in cura con le nuove terapie, i primi ad avere accesso alle cure.

Successi fino al 100 per cento dei casi

E a proposito delle molecole innovative ci sono tre buone notizie. La prima è che i prezzi delle terapie stanno scendendo, grazie ai meccanismi della concorrenza e alle contrattazioni. La seconda è che le nuove molecole permettono di curare al meglio sempre più pazienti, con successi fino al 100 per cento dei casi anche nel mondo «reale», cioè nella pratica clinica quotidiana (come ha dimostrato uno studio condotto dal professor Antonio Craxì in Sicilia con la terapia 3D). In altre parole: se una terapia funziona nel 100 per cento dei casi, non si hanno pazienti non guariti da trattare di nuovo con un ovvio incremento dei costi. La terza novità è la riduzione dei tempi di cura. E se una terapia guarisce in un periodo più breve, si risparmiano quattrini che si possono usare per curare altri pazienti. E a Boston sono state presentate le prove che certi regimi terapeutici possono raggiungere questi due ultimi obiettivi.

Pazienti infetti che non sanno di esserlo

«Il trattamento 3D ha dimostrato di ottenere guarigioni in sole otto (invece che dodici) settimane di trattamento nei pazienti non cirrotici affetti dal genotipo 1B, il più frequente a livello mondiale» spiega Stefan Zeuzem del Goethe University Hospital di Francoforte, in Germania. E per di più questo trattamento risulta anche efficace nel tipo 4 del virus, che sfugge alle terapie attuali (in totale sono sette i sottotipi del virus, il B1 è il più frequente in Italia). «L’innovazione aiuta - commenta Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive al Sacco-Fatebenefratelli di Milano -. Oggi il sistema sanitario rimborsa allo stesso modo un trattamento di 24 e uno di 12 settimane. Ma se i tempi si riducono a otto occorre ripensare i prezzi». Rimane il sommerso, cioè il serbatoio di pazienti infetti che non sanno di esserlo. Tempo fa si stimava che il numero totale di pazienti con virus C in Italia si aggirasse attorno ai due-tre milioni. Lo ha riportato la rivistaGastroenterology e ora un rapporto dell’Oms: cifre che hanno spaventato le autorità sanitarie.

Test rapido salivare per l’Hcv

Ma i dati reali sembrano meno preoccupanti, come dimostra uno studio di Giovanni Battista Gaeta, infettivologo della II Università di Napoli, studio condotto con l’obiettivo di valutare la prevalenza dell’infezione nella popolazione italiana. «Abbiamo coinvolto i medici di famiglia di sette città italiane - ha spiegato Gaeta - e a dieci di loro, in ogni città, abbiamo chiesto di eseguire un test rapido salivare per la ricerca dell’Hcv (il virus dell’epatite C) su 100 dei loro assistiti, estratti a sorte. Risultato: circa il 20 per cento di chi è risultato positivo non sapeva di esserlo. Valutando ed estrapolando i dati abbiamo concluso che in Italia ci sono almeno 800mila persone infette con il virus e che almeno 160mila non sanno di esserlo». Il sommerso, dunque, non è un così terrificante e la programmazione delle terapie è possibile.

Screening per scoprire i malati «sani»

Quando tutti i pazienti con epatite cronica C, anche quelli con forme lievi, saranno entrati nei programmi di trattamento, si dovrà pensare al sommerso, cioè quelle persone che sono infette dal virus, ma non sanno di esserlo e non hanno sintomi di malattia. Per questo andranno studiati programmi di screening attraverso test per l’individuazione del virus. Occorre procedere un passo alla volta, primo per una ragione di costi, secondo per un problema di «capacity» come dicono gli anglosassoni, cioè di disponibilità delle strutture sanitarie a farsi carico di tutti questi pazienti. «L’idea - dice Gloria Taliani, ordinario di Malattie Infettive alla Università La Sapienza di Roma - è quella di andare a cercare per primi i pazienti a maggiore rischio di infezione come i tossicodipendenti, gli omosessuali e i carcerati, popolazioni nelle quali il virus circola. E cominciare a trattare loro, anche per contrastare la diffusione del virus».

La «scoperta» del virus C e il rischio di cirrosi

L’evoluzione dell’epatite verso la cirrosi interessa il 20-35% dei soggetti con infezione da Hcv. La cirrosi si sviluppa in 25-30 anni, ma in particolari gruppi di pazienti, per esempio i tossicodipendenti, gli alcolisti o le persone con infezione da virus dell’immunodeficienza umana (Hiv) o con altre patologie come l’obesità, il disturbo può presentarsi molto più precocemente. Il virus C dell’epatite non si è mai lasciato fotografare, fino a oggi. Ma ora ricercatori francesi dell’Inserm l’Istituto Nazionale per la Ricerca, con potenti microscopi elettronici, ci sono riusciti: identificato per la prima volta nel sangue nel 1989, ha mostrato il suo aspetto nei dettagli, ingrandito, rispetto all’originale, di 600mila volte. E la sua foto è stata pubblicata sulla rivista Gut. Non è mai stato facile intercettare il virus C perché, normalmente, sta nel fegato e ne distrugge le cellule. Finisce anche nel circolo sanguigno, però inglobato in particelle lipidiche chiamate Vldl che lo proteggono dall’attacco del sistema immunitario. Le fotografie del virus, dicono gli esperti, potrebbero permettere l’identificazione di quelle proteine virali che emergono dallo strato lipidico e che potrebbero diventare il bersaglio di un vaccino. Un’impresa che, finora, si è rivelata difficilissima, anche perché non si riesce a coltivare il virus in laboratorio.

 

Fonte: Corriere Della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Epatite C, prezzo delle cure dimezzato l’efficacia è vicina al 100%

 

Non si sono ridotti solo i costi, ma anche i tempi dei trattamenti. Grazie a nuove associazioni di molecole, forme che finora sfuggivano all’azione di ogni farmaco
sono «aggredibili». Si fa più concreta la speranza di eliminare l’infezione

 

Siamo oltre quota 62mila e 300, paziente più, paziente meno. Tanti sono i malati di epatite cronica da virus C curati in Italia (e, nella stragrande maggioranza dei casi, guariti) grazie ai nuovi, rivoluzionari farmaci antivirali considerati di fatto risolutivi. Ma quanti ne mancano all’appello? La lunga marcia delle terapie anti-virus C in Italia è cominciata nel 2015, quando l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha autorizzato il primo farmaco, il sofosbuvir (il medicinale dello scandalo: appena introdotto, unico nel suo genere, costava fra gli 80 e i 100mila euro, soprattutto sul mercato americano), ne ha contrattato con l’azienda produttrice il prezzo (fra i più bassi d’Europa) e ha deciso di metterlo a disposizione, gratuitamente, a una prima tranche di 50mila pazienti, quelli più gravi, grazie a un fondo iniziale di 500 milioni di euro stanziato dal Governo italiano.

 

GUARDA IL GRAFICO

LE NUOVE CURE CONTRO L’EPATITE C

Progressiva riduzione dei prezzi

Poi l’Aifa ha autorizzato un’altra combinazione di molecole, la cosiddetta terapia 3D, con tre nuovi medicinali più efficaci (ombitasvir, paritaprevir , dasabuvir più un vecchio composto, il ritonavir) aumentando così l’accesso ai trattamenti per i pazienti, sempre quelli più gravi. E fra poco entrerà in gioco una nuova associazione di molecole (elbasvir e grazoprevir) anch’essa efficace soprattutto per certe categorie di pazienti, come chi soffre di insufficienza renale. Nel frattempo, con l’ultima Legge di Stabilità, il Governo ha stanziato un secondo fondo, sempre di 500 milioni di euro. La competizione fra aziende favorirà una progressiva riduzione dei prezzi e garantirà maggiori opzioni terapeutiche per i pazienti. Ma, nel dettaglio, non è dato sapere quello che l’Aifa contratta con le singole industrie (succede anche in altri Paesi europei). I dati che trapelano circa i prezzi (adesso si parla di meno di 15mila euro per trattamento) e il numero di pazienti candidati al trattamento sono solo estrapolazioni.

Tutti i pazienti andranno curati

L’unico dato certo è quello dei pazienti trattati perché sono inseriti in un Registro. Al momento l’impressione degli esperti italiani, presenti a Boston in occasione dell’Aasld (American Association for the Study of Liver Diseases), è che il «serbatoio» dei malati più gravi si stia esaurendo. Rimangono tutti gli altri: coloro che presentano una malattia meno grave e sono già noti al Sistema sanitario e coloro che sono infetti dal virus C, ma non sanno di esserlo (il cosiddetto «sommerso»). Tutti andranno curati, ma di che numeri parliamo? Domanda fondamentale perché, per programmare i prossimi interventi, e i tempi di esecuzione, occorre averli ben presenti. Partiamo dai pazienti già noti al Sistema sanitario nazionale: secondo uno studio, condotto qualche tempo fa da EpaC, un’associazione di pazienti, sarebbero 300-350mila. Saranno questi circa 300mila, meno quelli già in cura con le nuove terapie, i primi ad avere accesso alle cure.

Successi fino al 100 per cento dei casi

E a proposito delle molecole innovative ci sono tre buone notizie. La prima è che i prezzi delle terapie stanno scendendo, grazie ai meccanismi della concorrenza e alle contrattazioni. La seconda è che le nuove molecole permettono di curare al meglio sempre più pazienti, con successi fino al 100 per cento dei casi anche nel mondo «reale», cioè nella pratica clinica quotidiana (come ha dimostrato uno studio condotto dal professor Antonio Craxì in Sicilia con la terapia 3D). In altre parole: se una terapia funziona nel 100 per cento dei casi, non si hanno pazienti non guariti da trattare di nuovo con un ovvio incremento dei costi. La terza novità è la riduzione dei tempi di cura. E se una terapia guarisce in un periodo più breve, si risparmiano quattrini che si possono usare per curare altri pazienti. E a Boston sono state presentate le prove che certi regimi terapeutici possono raggiungere questi due ultimi obiettivi.

Pazienti infetti che non sanno di esserlo

«Il trattamento 3D ha dimostrato di ottenere guarigioni in sole otto (invece che dodici) settimane di trattamento nei pazienti non cirrotici affetti dal genotipo 1B, il più frequente a livello mondiale» spiega Stefan Zeuzem del Goethe University Hospital di Francoforte, in Germania. E per di più questo trattamento risulta anche efficace nel tipo 4 del virus, che sfugge alle terapie attuali (in totale sono sette i sottotipi del virus, il B1 è il più frequente in Italia). «L’innovazione aiuta - commenta Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive al Sacco-Fatebenefratelli di Milano -. Oggi il sistema sanitario rimborsa allo stesso modo un trattamento di 24 e uno di 12 settimane. Ma se i tempi si riducono a otto occorre ripensare i prezzi». Rimane il sommerso, cioè il serbatoio di pazienti infetti che non sanno di esserlo. Tempo fa si stimava che il numero totale di pazienti con virus C in Italia si aggirasse attorno ai due-tre milioni. Lo ha riportato la rivistaGastroenterology e ora un rapporto dell’Oms: cifre che hanno spaventato le autorità sanitarie.

Test rapido salivare per l’Hcv

Ma i dati reali sembrano meno preoccupanti, come dimostra uno studio di Giovanni Battista Gaeta, infettivologo della II Università di Napoli, studio condotto con l’obiettivo di valutare la prevalenza dell’infezione nella popolazione italiana. «Abbiamo coinvolto i medici di famiglia di sette città italiane - ha spiegato Gaeta - e a dieci di loro, in ogni città, abbiamo chiesto di eseguire un test rapido salivare per la ricerca dell’Hcv (il virus dell’epatite C) su 100 dei loro assistiti, estratti a sorte. Risultato: circa il 20 per cento di chi è risultato positivo non sapeva di esserlo. Valutando ed estrapolando i dati abbiamo concluso che in Italia ci sono almeno 800mila persone infette con il virus e che almeno 160mila non sanno di esserlo». Il sommerso, dunque, non è un così terrificante e la programmazione delle terapie è possibile.

Screening per scoprire i malati «sani»

Quando tutti i pazienti con epatite cronica C, anche quelli con forme lievi, saranno entrati nei programmi di trattamento, si dovrà pensare al sommerso, cioè quelle persone che sono infette dal virus, ma non sanno di esserlo e non hanno sintomi di malattia. Per questo andranno studiati programmi di screening attraverso test per l’individuazione del virus. Occorre procedere un passo alla volta, primo per una ragione di costi, secondo per un problema di «capacity» come dicono gli anglosassoni, cioè di disponibilità delle strutture sanitarie a farsi carico di tutti questi pazienti. «L’idea - dice Gloria Taliani, ordinario di Malattie Infettive alla Università La Sapienza di Roma - è quella di andare a cercare per primi i pazienti a maggiore rischio di infezione come i tossicodipendenti, gli omosessuali e i carcerati, popolazioni nelle quali il virus circola. E cominciare a trattare loro, anche per contrastare la diffusione del virus».

La «scoperta» del virus C e il rischio di cirrosi

L’evoluzione dell’epatite verso la cirrosi interessa il 20-35% dei soggetti con infezione da Hcv. La cirrosi si sviluppa in 25-30 anni, ma in particolari gruppi di pazienti, per esempio i tossicodipendenti, gli alcolisti o le persone con infezione da virus dell’immunodeficienza umana (Hiv) o con altre patologie come l’obesità, il disturbo può presentarsi molto più precocemente. Il virus C dell’epatite non si è mai lasciato fotografare, fino a oggi. Ma ora ricercatori francesi dell’Inserm l’Istituto Nazionale per la Ricerca, con potenti microscopi elettronici, ci sono riusciti: identificato per la prima volta nel sangue nel 1989, ha mostrato il suo aspetto nei dettagli, ingrandito, rispetto all’originale, di 600mila volte. E la sua foto è stata pubblicata sulla rivista Gut. Non è mai stato facile intercettare il virus C perché, normalmente, sta nel fegato e ne distrugge le cellule. Finisce anche nel circolo sanguigno, però inglobato in particelle lipidiche chiamate Vldl che lo proteggono dall’attacco del sistema immunitario. Le fotografie del virus, dicono gli esperti, potrebbero permettere l’identificazione di quelle proteine virali che emergono dallo strato lipidico e che potrebbero diventare il bersaglio di un vaccino. Un’impresa che, finora, si è rivelata difficilissima, anche perché non si riesce a coltivare il virus in laboratorio.

 

Fonte: Corriere Della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Epatite C, prezzo delle cure dimezzato l’efficacia è vicina al 100%

 

Non si sono ridotti solo i costi, ma anche i tempi dei trattamenti. Grazie a nuove associazioni di molecole, forme che finora sfuggivano all’azione di ogni farmaco
sono «aggredibili». Si fa più concreta la speranza di eliminare l’infezione

 

Siamo oltre quota 62mila e 300, paziente più, paziente meno. Tanti sono i malati di epatite cronica da virus C curati in Italia (e, nella stragrande maggioranza dei casi, guariti) grazie ai nuovi, rivoluzionari farmaci antivirali considerati di fatto risolutivi. Ma quanti ne mancano all’appello? La lunga marcia delle terapie anti-virus C in Italia è cominciata nel 2015, quando l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha autorizzato il primo farmaco, il sofosbuvir (il medicinale dello scandalo: appena introdotto, unico nel suo genere, costava fra gli 80 e i 100mila euro, soprattutto sul mercato americano), ne ha contrattato con l’azienda produttrice il prezzo (fra i più bassi d’Europa) e ha deciso di metterlo a disposizione, gratuitamente, a una prima tranche di 50mila pazienti, quelli più gravi, grazie a un fondo iniziale di 500 milioni di euro stanziato dal Governo italiano.

 

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LE NUOVE CURE CONTRO L’EPATITE C

Progressiva riduzione dei prezzi

Poi l’Aifa ha autorizzato un’altra combinazione di molecole, la cosiddetta terapia 3D, con tre nuovi medicinali più efficaci (ombitasvir, paritaprevir , dasabuvir più un vecchio composto, il ritonavir) aumentando così l’accesso ai trattamenti per i pazienti, sempre quelli più gravi. E fra poco entrerà in gioco una nuova associazione di molecole (elbasvir e grazoprevir) anch’essa efficace soprattutto per certe categorie di pazienti, come chi soffre di insufficienza renale. Nel frattempo, con l’ultima Legge di Stabilità, il Governo ha stanziato un secondo fondo, sempre di 500 milioni di euro. La competizione fra aziende favorirà una progressiva riduzione dei prezzi e garantirà maggiori opzioni terapeutiche per i pazienti. Ma, nel dettaglio, non è dato sapere quello che l’Aifa contratta con le singole industrie (succede anche in altri Paesi europei). I dati che trapelano circa i prezzi (adesso si parla di meno di 15mila euro per trattamento) e il numero di pazienti candidati al trattamento sono solo estrapolazioni.

Tutti i pazienti andranno curati

L’unico dato certo è quello dei pazienti trattati perché sono inseriti in un Registro. Al momento l’impressione degli esperti italiani, presenti a Boston in occasione dell’Aasld (American Association for the Study of Liver Diseases), è che il «serbatoio» dei malati più gravi si stia esaurendo. Rimangono tutti gli altri: coloro che presentano una malattia meno grave e sono già noti al Sistema sanitario e coloro che sono infetti dal virus C, ma non sanno di esserlo (il cosiddetto «sommerso»). Tutti andranno curati, ma di che numeri parliamo? Domanda fondamentale perché, per programmare i prossimi interventi, e i tempi di esecuzione, occorre averli ben presenti. Partiamo dai pazienti già noti al Sistema sanitario nazionale: secondo uno studio, condotto qualche tempo fa da EpaC, un’associazione di pazienti, sarebbero 300-350mila. Saranno questi circa 300mila, meno quelli già in cura con le nuove terapie, i primi ad avere accesso alle cure.

Successi fino al 100 per cento dei casi

E a proposito delle molecole innovative ci sono tre buone notizie. La prima è che i prezzi delle terapie stanno scendendo, grazie ai meccanismi della concorrenza e alle contrattazioni. La seconda è che le nuove molecole permettono di curare al meglio sempre più pazienti, con successi fino al 100 per cento dei casi anche nel mondo «reale», cioè nella pratica clinica quotidiana (come ha dimostrato uno studio condotto dal professor Antonio Craxì in Sicilia con la terapia 3D). In altre parole: se una terapia funziona nel 100 per cento dei casi, non si hanno pazienti non guariti da trattare di nuovo con un ovvio incremento dei costi. La terza novità è la riduzione dei tempi di cura. E se una terapia guarisce in un periodo più breve, si risparmiano quattrini che si possono usare per curare altri pazienti. E a Boston sono state presentate le prove che certi regimi terapeutici possono raggiungere questi due ultimi obiettivi.

Pazienti infetti che non sanno di esserlo

«Il trattamento 3D ha dimostrato di ottenere guarigioni in sole otto (invece che dodici) settimane di trattamento nei pazienti non cirrotici affetti dal genotipo 1B, il più frequente a livello mondiale» spiega Stefan Zeuzem del Goethe University Hospital di Francoforte, in Germania. E per di più questo trattamento risulta anche efficace nel tipo 4 del virus, che sfugge alle terapie attuali (in totale sono sette i sottotipi del virus, il B1 è il più frequente in Italia). «L’innovazione aiuta - commenta Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive al Sacco-Fatebenefratelli di Milano -. Oggi il sistema sanitario rimborsa allo stesso modo un trattamento di 24 e uno di 12 settimane. Ma se i tempi si riducono a otto occorre ripensare i prezzi». Rimane il sommerso, cioè il serbatoio di pazienti infetti che non sanno di esserlo. Tempo fa si stimava che il numero totale di pazienti con virus C in Italia si aggirasse attorno ai due-tre milioni. Lo ha riportato la rivistaGastroenterology e ora un rapporto dell’Oms: cifre che hanno spaventato le autorità sanitarie.

Test rapido salivare per l’Hcv

Ma i dati reali sembrano meno preoccupanti, come dimostra uno studio di Giovanni Battista Gaeta, infettivologo della II Università di Napoli, studio condotto con l’obiettivo di valutare la prevalenza dell’infezione nella popolazione italiana. «Abbiamo coinvolto i medici di famiglia di sette città italiane - ha spiegato Gaeta - e a dieci di loro, in ogni città, abbiamo chiesto di eseguire un test rapido salivare per la ricerca dell’Hcv (il virus dell’epatite C) su 100 dei loro assistiti, estratti a sorte. Risultato: circa il 20 per cento di chi è risultato positivo non sapeva di esserlo. Valutando ed estrapolando i dati abbiamo concluso che in Italia ci sono almeno 800mila persone infette con il virus e che almeno 160mila non sanno di esserlo». Il sommerso, dunque, non è un così terrificante e la programmazione delle terapie è possibile.

Screening per scoprire i malati «sani»

Quando tutti i pazienti con epatite cronica C, anche quelli con forme lievi, saranno entrati nei programmi di trattamento, si dovrà pensare al sommerso, cioè quelle persone che sono infette dal virus, ma non sanno di esserlo e non hanno sintomi di malattia. Per questo andranno studiati programmi di screening attraverso test per l’individuazione del virus. Occorre procedere un passo alla volta, primo per una ragione di costi, secondo per un problema di «capacity» come dicono gli anglosassoni, cioè di disponibilità delle strutture sanitarie a farsi carico di tutti questi pazienti. «L’idea - dice Gloria Taliani, ordinario di Malattie Infettive alla Università La Sapienza di Roma - è quella di andare a cercare per primi i pazienti a maggiore rischio di infezione come i tossicodipendenti, gli omosessuali e i carcerati, popolazioni nelle quali il virus circola. E cominciare a trattare loro, anche per contrastare la diffusione del virus».

La «scoperta» del virus C e il rischio di cirrosi

L’evoluzione dell’epatite verso la cirrosi interessa il 20-35% dei soggetti con infezione da Hcv. La cirrosi si sviluppa in 25-30 anni, ma in particolari gruppi di pazienti, per esempio i tossicodipendenti, gli alcolisti o le persone con infezione da virus dell’immunodeficienza umana (Hiv) o con altre patologie come l’obesità, il disturbo può presentarsi molto più precocemente. Il virus C dell’epatite non si è mai lasciato fotografare, fino a oggi. Ma ora ricercatori francesi dell’Inserm l’Istituto Nazionale per la Ricerca, con potenti microscopi elettronici, ci sono riusciti: identificato per la prima volta nel sangue nel 1989, ha mostrato il suo aspetto nei dettagli, ingrandito, rispetto all’originale, di 600mila volte. E la sua foto è stata pubblicata sulla rivista Gut. Non è mai stato facile intercettare il virus C perché, normalmente, sta nel fegato e ne distrugge le cellule. Finisce anche nel circolo sanguigno, però inglobato in particelle lipidiche chiamate Vldl che lo proteggono dall’attacco del sistema immunitario. Le fotografie del virus, dicono gli esperti, potrebbero permettere l’identificazione di quelle proteine virali che emergono dallo strato lipidico e che potrebbero diventare il bersaglio di un vaccino. Un’impresa che, finora, si è rivelata difficilissima, anche perché non si riesce a coltivare il virus in laboratorio.

 

Fonte: Corriere Della Sera